[ November 18, 2020 0 Comments ]

Consigli non richiesti ai governanti

In modo molto prevedibile è ripresa la “paura del contagio” e certamente non voglio entrare nel merito politico della gestione dello stesso.

Il grande dilemma di oggi: Morire di Covid-19 o Morire di economia cioè di fame. La salute dei cittadini è naturalmente un aspetto prioritario ma va trovato un equilibrio tra la salute e l’economia, che non è certamente semplice, senza considerare le grandi sfide internazionali ed i rapporti in continua mutazione tra USA e CINA. Sono circa 10 anni che la nostra economia soffre sia per problematiche strutturali mai risolte, che per eventi endogeni come la crisi bancaria del 2008 e di conseguenza del debito del 2011. Vorrei ricordare che oggi il livello di PIL reale non ha ancora ancora stato raggiunto il livello del 2007 dove però il rapporto debito/PIL era del 105% circa raggiungendo il 133% nel 2019. Ci furono prima gli interventi della BCE per aiutare il sistema UE e gli egoismi degli stati divisi tra falchi (rigoristi e puri) e colombe (keynesiani e spendaccioni); la BCE grazie alle clausole di salvaguardia supportò gli stati europei ma nonostante ciò si parlò della “coperta toppo corta”. Oggi abbiamo un Europa i cui gli eventi storici hanno costretto i miopi governanti di oggi ad avere una visione dell’insieme e strategica del futuro: per la prima volta si è parlato di bilancio europeo, di debito europeo, di aiuti europei. Una visione sino ad ora era stata completamente assente se non tramite interventi in extremis per evitare la rottura del sistema.

Tornando ai numeri:

ll Fmi aveva migliorato le stime per l’Italia per il 2020, tagliando quelle per il 2021. Per l’economia nazionale era attesa quest’anno una contrazione del 8,6%, in miglioramento rispetto al -12,8% previsto in giugno. Il prossimo anno il Pil è invece stimato in rialzo del 5,2%, ovvero l’1,1% in meno rispetto alle stime di giugno. La Nota di aggiornamento al DEF stilata dal governo di Giuseppe Conte prevede -9% quest’anno e +6% il prossimo. Non sembrano attenuarsi gli effetti del Covid sulla disoccupazione in Italia per la quale il Fmi prevede un livello pari all’11,0% nel 2020, in aumento rispetto al 9,9% del 2019.   Sul fronte del disavanzo le stime sono per un ulteriore incremento nel 2020 al 165,8% del Pil dal 134,8% del 2019, a fronte di una flessione al 158,3% nel 2021 e al 152,6% nel 2025.

Ad oggi i numeri non tornano: Le previsioni alla base del DEF prevedevano come ipotesi di base un costante rimbalzo dell’economia a partire da Giugno 2019.Come era prevedibile con la semplice regola della “prudenza” di cui parla il nostro codice civile e con cui si redigono i bilanci e tutte le previsioni, il ritorno prepotente del contagio condizionerà le stime dell’ultimo trimestre e molto probabilmente quelle reali saranno molto più vicine a quelle del FMI.

Cosa succederà tra 15 mesi con un debito/pil al 170% circa e con un PIL in caduta di circa l’11% nel 2020 ed un rimbalzo del 6% per il 2021? Cosa succederà In un paese stremato in cui le tensioni sociali potrebbero sfociare in qualcosa di molto più drammatico ovviamente da evitare, torneremo a parlare di un paese in stagnazione? Torneremo ad essere un paese con la coperta corta e con le famose clausole di salvaguardia impossibilitato ed ingessato in tutte le politiche fiscali ed economiche? Se questi sono i dati, e purtroppo sono impietosi, la cosa peggiore che può fare un governo è nasconderli o far finta che tutto va bene con lo slogan ormai non più credibile “noi ne usciremo”. Giustamente, da una crisi si possono avere due soluzioni: piangersi addosso facendo le vittime e dare la responsabilità ad altri o cogliere l’opportunità per un rinnovamento della nostra burocrazia e della nostra economia.

Molti economisti si stanno cimentando su tale problema. Basta vedere lo studio di Banca Intesa guidato da Gregorio de Felice; le soluzioni proposte da Giavazzi ed Alesina, da Carlo Cottarelli, da Padoa Schioppa ed in ultimo le osservazioni della stessa Banca d’Italia: il problema è complesso in cui si intrecciano variabili dipendenti come il saldo primario, il livello dei tasi di interesse reale e nominale, l’impatto dell’Inflazione sino ad arrivare ad ipotizzare interventi non sul flusso ma sullo stock del debito come le privatizzazioni; le vendite dei beni dello stato oppure la ristrutturazione del debito o altro.

Al di là delle diverse modalità su come affrontare i numeri POST COVID-19 tutti non possiamo prescindere dal fatto che:

  • La situazione sociale ed economica del paese non permette più politiche di austerità come l’aumento delle tasse o la riduzione della spesa corrente
  • Vista l’entità dei numeri la sola inflazione non è più sufficiente per una sostanziale riduzione del debito e la stessa dovrebbe essere talmente alta che sarebbe possibile solo con l’uscita dall’euro e successiva svalutazione. Tale via non è certo auspicabile poiché porterebbe altri enormi squilibri.
  • La crescita reale tenendo fisso il numeratore e cioè il debito è l’unica strada percorribile per la sostenibilità del Paese senza operazioni di natura straordinaria per la riduzione del debito

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[ May 1, 2020 0 Comments ]

I NUMERI PARLANO

 

Dalla relazione del DEF del 2019 avremmo avuto pre-covid19 una spesa per interessi nel 2020 di 66 MLD e nel 2021 di circa 70 MLD

IL PIL 2019 è stato circa di 1.800 MLD e la pressione fiscale del 42,6%.

Il rapporto debito/PIL 2019 è di circa il 135% ed il debito a valore nominale oggi è pari a 2.430 MLD.

Ipotizzando nella nostra analisi una diminuzione del PIL su base annua del 6% ed un costo della crisi di circa 300 MLD per lo stato (circa 90 nei 2 decreti di Aprile e ulteriori 200 MLD di finanziamenti vari provenienti dalle diverse fonti UE oggi in discussione).

Per l’anno in corso lo stato, se si dovessero avverare li ipotesi di cui sopra, avrà una diminuzione delle entrate di circa 26,44 MLD ed un aumento dei costi per interessi sul debito di circa 3,6 MLD nel 2020 e ulteriori 4,4 nel 2021 passando dai 70 preventivati nel DEF 2019 1i 78 MLD del 2021.

Partendo da tali ipotesi ad oggi molto concrete possiamo concludere che:

Una crescita del PIL nel 2021 del 5% non sarebbe certo sufficiente a sterilizzare le perdite del 2020 e porterebbe rapporto debito/pil al 162% rendendo la spesa per interessi molto difficile per le nostre finanze in termini di sostenibilità e cioè senza un ulteriore avanzo primario in termini assoluti molto maggiore di quello degli anni precedenti.

Dunque giusto discutere su come finanziarsi ma sarebbe serio incominciare a discutere di come trasformare il nostro paese, poiché se non saremmo liberati da lacci e laccioli, le nostre potenzialità di crescita saranno estremamente limitate, come è stato in questi ultimi anni essendo il fanalino di coda nella euro zona. Per quanto ad oggi è molto difficile avere una visione di medio periodo, se non si fanno riforme strutturali dal lato del fisco e della burocrazia e politiche di investimenti produttivi, il futuro no sarà roseo. Non saremo commissariati ora ma lo saremo nel 2022.

Affrontare questa situazione con la miope speranza di ragionare sui risparmi degli italiani (altro che sommossa sociale) o con la solita incapacità di affrontare seriamente tutte le problematiche che stanno da tempo incatenando l’economia del nostro Paese sarebbe delittuoso. Il tema non è come indebitarsi ma come riaccendere la nostra economia.

Un dibattito ad oggi ancora inesistente nell’agenda politica, l’unica strada di buon senso è cogliere questo momento per finalmente riformare la funzionalità del nostro Stato.

Oltre a queste commissioni d’urgenza nate per spiegarci cosa fare nel brevissimo (come porre in essere la fase 2) è necessario creare politiche che abbiano una Visione UNA VERA VISIONE DEL PAESE. In poche parole quali sono i settori strategici su cui investire e fare politiche economiche e fiscali che siano di supporto a queste scelte strategiche. Internalizzazione, green economy, giacimenti culturali e turismo, filiera alimentare e scelte di politica industriale che guardino al futuro, realizzando alleanze societarie e internazionali, in poche parole sapere qual è la nostra collocazione geopolitica e geoeconomica nel mondo.

Per questo si vuole stimolare una strada, una via di operare che visto i numeri rappresenta forse la vera via d’uscita:

  • Una costituente che matte mano alla stessa senza stravolgerla tutelando naturalmente tutti i diritti fondamentali ma che sia più efficiente nel processo decisionale ( vedi rapporto stato-Regioni o la semplificazione nel processo di formazioni delle legge, elezione diretta del premier o del presidente della Repubblica, legge elettorale a doppio turno alla francese primo turno proporzionale puro e secondo accordi di maggioranza)
  • Una riforma della giustizia civile e penale, ormai da troppo tempo evocata, non ideologica ma coraggiosa, che elimini il CSM e lo sostituisca con un organismo scelto a sorteggio tra i cittadini come avviene per i giudici popolari e una parte nominata dai partiti tra figure emerite dell’Università e del mondo dell’avvocatura.
  • Un accordo preventivo con il fisco per il pagamento delle tasse per il triennio successivo. In tal modo lo stato ed il contribuente sapranno quale sono i loro impegni. Le imprese che aderiranno a tale accordo potranno essere esentate da controlli fiscali e gli stessi controllori potranno rivolgere le loro risorse verso un controllo che miri a presidiare il territorio e che non si basi esclusivamente sul controllo del dichiarato
  • Una pacificazione fiscale con il passato. Non si può ripartire da questo shock senza riazzerare il pregresso
  • Nuova Liberalizzazione delle attività: sburocratizzare e abolizione dell’ANC immettere nella PA controlli esterni su coloro che hanno potere di firma o di decisione sui loro patrimoni personali e famigliari
  • Far ripartire il volano dell’edilizia

La sostanza è che dobbiamo mettere il paese nelle condizione, per gli anni avvenire di crescere                non più la metà di tutti i sui concorrenti Europei, quando le cose vanno bene ma in modo costante realizzando un nuova rinascita economica che sia da stimolo e da traino allo stesso processo di integrazione europea.

Se non riusciamo a fare questo non basterà trovare i soldi per la ripartenza perché dal 2022 vi sarà una lenta agonia verso un vero shock sociale e finanziario.

Ne dobbiamo uscire diversi e migliori. Non basterà trovare le risorse e senza alcun cambiamento strutturale altrimenti questa volta non ne usciremo.

 

 

[ May 1, 2020 0 Comments ]

Una porposta per UE

Piano Marshall per l’Europa con I TITOLI IRREDIMIBILI

Vorremmo iniziare questo articolo con lo spiegare cosa sia un titolo irredimibili: trattasi di obbligazioni caratterizzate dal solo pagamento della cedola mentre la loro durata è senza scadenza. Sul mercato internazionale vengono così definite le obbligazioni, di regola a tasso variabile, che non recano alcuna data di scadenza; l’emittente assume semplicemente l’impegno al pagamento degli interessi per un periodo indefinito, riservandosi peraltro il diritto di riacquistare i titoli. Questa tipologia di obbligazioni ha trovato un discreto ma breve successo verso la metà degli anni ’80 con le emissioni dei cosiddetti perpetual bond.

Nella situazione finanziaria in cui si trovano i paesi del mediterraneo potrebbe essere l’unica soluzione e potremmo proporre questa strada.

In cambio di questo no agli EuroBond la commissione UE e la BCE hanno rilanciato alcune proposte che sono a nostro giudizio insufficienti, esse creano un enorme fraintendimento quando si parla di “piano Marshall per la UE”: il Piano Marshall del secondo dopoguerra fu efficace perché non appesantì l’Europa di nuovo debito pubblico in quanto per l’85% era un fondo perduto, finanziato all’epoca dagli USA, per realizzare infrastrutture, lavoro e rilanciare il nostro continente.

Tutti gli strumenti messi in campo dall’Europa invece, il Quantitative Easing da 750 miliardi (beninteso, una fortuna esista), il SURE da 100 miliardi, il famigerato MES, sono tutte forme di finanziamento a debito. Aderire a queste proposte significa per le nazioni europee aumentare il proprio debito pubblico e fra l’altro, nel caso del MES, un debito che potrebbe comportare forti condizionalità. Anche nel caso del SURE, i cui fondi sono garantiti con una irrituale emissione di bond sul mercato da parte della Commissione UE con controgaranzie degli aderenti, si tratterebbe di nuovo debito. Esistono però altre modalità, sebbene non si vogliano applicare.

La BCE ha già da anni attivato il processo denominato nella vulgata popolare come “stampare moneta” e ha impiegato questa moneta per finanziare sul mercato secondario l’acquisto di titoli di debito italiani ed europei con il quantitative easing.

Ma se utilizzassimo i titoli irredimibili per finanziare la ripresa e per generare davvero un Piano Marshall?

Potremmo inseguire tale strada con due modalità:

1) tramite una emissione diretta dei singoli stati: In tal caso aumenterebbe nominalmente il debito pubblico ma l’impatto finanziario della sostenibilità di questa crescita del debito sarebbe assolutamente sostenibile.

L’Italia potrebbe emettere 250 MLD di titoli irredimibili che sicuramente aumenterebbe il rapporto debito/Pil della stessa cifrca 250 MLD) ma la sostenibilità finanziaria sarebbe di circa 2,3 mld l’anno.

L’impatto che tale cifra potrebbe avere sulla produzione industriale del nostro paese e quindi sulla crescita del PIL nel lungo periodo permetterebbe di coprire il costo dei soli interessi in modo molto agevolato: ricordo che il PIL italiano è di circa 2.120 MLD, questo vuol dire che 1% di crescita del PIL vale circa 20 MLD.

Dunque se soltanto utilizzassimo tale risorse per far ripartire l’economia, mediante investimenti in infrastrutture, innovazione e ricerca che accompagnino finalmente anche le riforme strutturali che semplificano il Paese (vedi Burocrazia) questo nuovo debito ci peserebbe circa lo 0,1 del PIL.

2) tramite un coinvolgimento Europeo che finalmente potrà dimostrare al popolo che l’Europa esiste e che finalmente è nata “L’Europa Politica”:

In tal caso lo stock di debito nominale non peserebbe sui singoli stati che comunque si faranno carico indirettamente del pagamento degli interessi.

Vediamo come: La UE tramite la BEI (partecipata dai singoli stati dell’unione), potrebbe prevedere di emettere bond irredimibili da 800/1000 miliardi (si restituirà per sempre solo la quota interessi ma non quella capitale). In tal modo lo stock di debito graverebbe sulla BEI (che emette titoli irredimibili sottoscritti dalla BCE) e noi sui singoli stati che però garantirebbero il pagamento degli interessi.

Tali titoli dunque verranno sottoscritti dalla BCE ed utilizzati per la ricostruzione post pandemia. Con questa “arma nucleare” economica si potrebbe finanziare senza che le risorse vadano a pesare sul debito dei singoli stati tutti i progetti strutturali di ricostruzione delle economie europee, naturalmente con una adeguata distribuzione delle risorse garantita dalla commissione.

Inoltre, grazie al meccanismo della “leva”, con questi finanziamenti si potrebbero costituire investimenti moltiplicati per cinque volte. Tale pratica come politica monetaria andrebbe seguita nel tempo, onde evitare gli effetti collaterali quali eccessiva inflazione e svalutazione dell’Euro verso monete straniere, che comporta l’eccesso di “stampo di moneta” (effetti collaterali che a dire il vero che in tanti anni di QE non si sono mai notati). Si potrebbe avviare con risorse vere per davvero un nuovo Piano Marshall.